Anno 2001: Proposte per “Uscire dal Bunker”

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Nascita e naufragio di una proposta.
Atto d’amore non corrisposto

Era una domenica di marzo 2001 ed avevamo trascorso la mattinata in Via Statilia 30 partecipando all’Assemblea generale annuale dell’ANPS dove si era discusso dei problemi e destini associativi. Il Presidente Nazionale Girolami nella sua allocuzione aveva dato un quadro del sodalizio disarmante. Unica nota positiva, la riammissione dell’ANPS fra le Associazioni Combattentistiche e d’Arma. Per il resto, il Sodalizio veniva descritto come “rinchiuso in un bunker”, evidenziandosi, fatte salve poche eccezioni territoriali, la sua scarsa incisività verso la Società Civile , le difficoltà di comunicare con il Ministero , la carenza organizzativa e di circolazione di notizie ed informazioni, la mancanza di un decentramento regionale, l’assenza di ogni riferimento alla possibilità di impiego della telematica. A ciò doveva aggiungersi la grave emorragia nel corso del 2000 di ben 3.246 associati, pari ad oltre il 10% degli iscritti, come riportato ufficialmente dalla relazione del Collegio dei Sindaci, e sulle cui cause, in un processo di rimozione collettiva, nessuno dei presenti aveva ritenuto di doversi soffermare a riflettere o ad azzardare una analisi.

In treno, durante tutto il viaggio di rientro in Arezzo, colpiti dal basso ed inadeguato profilo offerto ufficialmente dall’Ufficio di Presidenza, si apri con Mario Viti e Marchino Sergio, che avevano con me partecipato alla tornata assembleare, una lunga discussione sulla realtà associativa. Si trattava dei miei accompagnatori all’Assemblea Nazionale, due sottufficiali andati in quiescenza entrambi col massimo grado e che, per il prestigio personale goduto in servizio, costituivano veri punti di riferimento nella conduzione della numerosa Sezione aretina del tempo. Il Primo , arruolatosi in Polizia nel primissimo dopoguerra ne rivestiva l’incarico di Vice-Presidente, mentre il secondo, proveniente dalle file partigiane del CNL Toscano, ne era il Consigliere anziano, sensibile ed appassionato cultore della storia e dei valori istituzionali.

La discussione , accesa e senza riserve, favorita dall’assenza di viaggiatori nello scompartimento, aveva spaziato su tutte le criticità che l’organizzazione associativa presentava, dal ruolo dei Presidenti, al giornale Fiamme d’Oro, dalla necessità di una radicale riforma statutaria a quella della costituzione di un delegato regionale come organismo di raccordo intersezionale, dal salto di qualità del sistema informativo con l’introduzione della telematica, ai vari e più generali temi di politica associativa. Solo l’approssimarsi alla stazione di Arezzo ci convinse che l’analisi critica emersa dalla discussione, non avrebbe avuto alcun senso se fosse rimasta patrimonio dei soli partecipanti senza un seguito consiliare ed un confronto a livello territoriale. Così, lasciandoci per ritornare alle nostre occupazioni quotidiane, ci ripromettemmo di informare il Consiglio della situazione e di proporre allo stesso la promozione di una iniziativa nazionale per dibattere sui destini associativi.
Era nata la proposta per “Uscire dal Bunker”.
Il 20 aprile 2001 il Consiglio di Sezione, determinato e convinto nella sua unanimità di “gettare il sasso nello stagno” , dava mandato di procedere alla stesura materiale delle proposte che, alla riunione del maggio successivo, approvate nei contenuti, venivano inviate al Nazionale ed a tutte le 134 Sezioni che al momento erano parte del Sodalizio.
A primo impatto l’iniziativa aveva risposte favorevoli da 18 Sezioni e solo dopo una lettera di sollecito, fra il settembre ed il dicembre del 2001, si ricevevano altri 22 interventi che permisero di raggiungere 40 risposte, pari al 30% delle sezioni nazionali.
In pratica, nel corso del 2001, l’iniziativa era riuscita a scuotere il sodalizio e ad aprire al suo interno un dibattito che , anche nelle numerose sezioni rimaste prudenzialmente silenti, attendeva le determinazioni della Presidenza e del Consiglio Nazionale. Ma i vertici istituzionali, denunciando tutti i loro limiti gestionali, non solo non fornivano alcuna risposta formale alle varie proposte provenienti dalla base sociale, ma sottovalutandone i contenuti decidevano di sottrarsi ad ogni forma di confronto e di dibattito col corpo sociale privilegiando una strategia di noncuranza verso la richiesta congressuale e gli interventi che si chiedevano.- Le proposte “Per uscire dal Bunker”, infatti, non compaiono nei verbali del Consiglio Nazionale del tempo, trattate fra le “Varie ed Eventuali” dell’Ordine del Giorno, non sono oggetto di verbalizzazione delle varie posizioni assunte nel dibattito dai Consiglieri. Ovviamente non fu assunta alcuna decisione formale. Era chiaro che, per volontà dell’Ufficio di Presidenza e Consiliare, delle proposte innovative non dovesse rimanere traccia. E ciò nella convinzione strumentale dei Vertici del Sodalizio per i quali l’iniziativa aveva indossato le vesti della critica irriverente verso le loro attività gestionali, dell’innovazione rivoluzionaria della politica associativa, e quelle di una sorta di insubordinazione verso la stabilità di un immobilismo ritenuto fisiologico all’Istituzione.

All’Assemblea Nazionale del 17.03.2002, l’allocuzione introduttiva del Presidente, dava risposta alle istanze sezionali, descrivendo un Sodalizio ancora impreparato a qualsiasi forma di innovazione. Troppo anziana la base sociale per l’introduzione della telematica, troppo forti i limiti nei rapporti e lo scarso sostegno del Dipartimento. L’unico impegno possibile era la nomina di una Commissione Consiliare per la riforma statutaria che affrontasse le modifiche di un sistema elettorale ormai riconosciuto come inattuale e l’introduzione della figura del “delegato regionale”.

Le prospettive e gli impegni assunti venivano però considerati insufficienti ed inadeguati per il rilancio del sodalizio, e la Sezione di Arezzo assieme ad altre Sezioni, interveniva insistendo sulla necessità di convocazione di un Congresso dei Presidenti che discutesse delle problematiche evidenziate per ricavarne una summa democratica di indirizzo operativo. La mozione, contrastata da alcuni Consiglieri nazionali per la mancata previsione statutaria di attività congressuali, a causa di tale interpretazione normativa, non veniva neppure messa ai voti assembleari. Naufraga così, nel vuoto e nell’incapacità dell’Assemblea Nazionale di imporre la mozione d’ordine, ogni tentativo di aprire un dibattito finalizzato al rinnovo dell’immagine e del ruolo sociale del Sodalizio.

Il Presidente dell’ANPS nei mesi successivi nominò la Commissione Consiliare per la riforma dello Statuto , ma non fu in grado di portare a termine un’opera che vedrà la luce parziale solo ben cinque anni dopo. Incapace di comprendere il significato ed il reale impegno sociale del Sodalizio, di recepire le esigenze provenienti dalla base, convinto che il prestigio del grado rivestito in carriera fosse assorbente e sufficiente a presiedere e gestire l’Associazione, timoroso interprete dei nuovi tempi che viveva, la sua Presidenza si risolse, sotto il profilo del rinnovamento, in un pregiudizievole e fatalistico immobilismo. Girolami ed il suo operato, verranno così giudicati severamente alle elezioni del 30.11.2003 che ne vedranno bocciata la sua candidatura al Consiglio Nazionale e porteranno alla Presidenza Russo. Ma anche il nuovo Consiglio, sebbene con diversi connotati, eviterà il confronto congressuale con la base del Sodalizio, proseguendo sulla strada ormai tracciata e privilegiando , travisandone significato e portata giuridica, la qualità di Ente Morale.

Si chiude in tal modo, sull’altare del perdurare di una concezione verticistica ed immobilista dell’azione associativa, il naufragio delle aspettative emerse nella recente fase storica che abbiamo voluto ripercorrere. Un percorso necessario affinché i mali e le discrasie endemiche del nostro vissuto associativo non rimangano occultati da una facile ed amnesica retorica dell’autoreferenzialità. I vistosi errori del passato , la loro presenza viva nella memoria storica del Sodalizio, devono essere oggetto di metabolizzazione da parte del corpo sociale e dei suoi vertici associativi per trasformarsi in componente culturale che ne ispiri l’azione attuale. Ma questo, a quasi tre lustri di distanza, pur essendo state realizzate alcune delle proposte a suo tempo indicate, è ancora un processo in divenire che attende il suo illuminato compimento.

Il Presidente della Sez. di Arezzo

Avv. Guido Chessa