Nove rinvii alla Corte Costituzionale

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Il Punto della Situazione

Il conflitto fra i pensionati ed il legislatore sulla questione della ” perequazione pensionistica”, è stato caratterizzato, nel corso del 2016, dal fiorire di un significativo contenzioso giudiziario.
Infatti migliaia di ricorsi sono stati promossi e sono pendenti innanzi alle Sezioni Pensionistiche delle Corti dei Conti Regionali ed innanzi alle Sezioni Lavoro dei Tribunali Civili, con la finalità di ottenere il riconoscimento del diritto alla completa rivalutazione del trattamento pensionistico attraverso la preventiva declaratoria di incostituzionalità dell’art.1 del D.Lgv. 65/2015 convertito in L. 109/2015.
Ad oggi, ben nove questioni di legittimità costituzionale, ritenute “non manifestamente infondate”, sono state sollevate dalla magistratura di merito nei confronti della Legge Poletti emanata in attuazione della Sentenza della Corte Cost. 70/2015, e rimesse al vaglio del Giudice delle Leggi.
Si tratta delle ordinanze, che pubblichiamo nel loro testo integrale, assunte dalla Corte dei Conti dell’Emilia Romagna e delle Marche (quella dell’Abruzzo ha disposto la mera sospensiva in attesa del giudizio) e dai Tribunali Sez. Lavoro di Palermo, Brescia, Milano, Napoli, Torino, Genova e Cuneo, con le quali, in pratica, tutta la disciplina introdotta dalla legge Poletti viene sottoposta sotto vari profili all’esame della Consulta.
In un panorama così articolato e complesso, al fine di facilitare l’informazione ai soci ed ai lettori interessati, cerchiamo qui di seguito di fare il punto della situazione prospettando una breve sintesi delle questioni di costituzionalità rimesse innanzi alla Corte e che nel corso del 2017, riunite in un unicum, si ritiene verranno complessivamente decise.

Le questioni di legittimità costituzionale hanno ad oggetto i seguenti profili:

1°) Violazione del giudicato costituzionale (Art. 136 Cost.).

La lesione dell’art. 136 Costituzione, per violazione del giudicato costituzionale, è presente in tutte le ordinanze di rimessione alla Corte.
Esso, come è noto, travolge la norma facendone cessare l’efficacia dal giorno successivo alla sua pubblicazione in gazzetta ufficiale, con la precisazione, contenuta nell’art. 30 co 3° Legge 87/1953, che da quel giorno la norma non può più avere applicazione. Inoltre, la perdita di efficacia della norma non vale soltanto per il futuro, ma opera anche retroattivamente nei confronti di fatti e rapporti instauratisi nel periodo in cui la norma legislativa incostituzionale era vigente ed esercitava efficacia (Ordinanza C.Conti Sez. Pens. Reg. Veneto del 09.11.2015). Pertanto il giudicato costituzionale “”….è violato non solo quando il legislatore emana una norma che costituisce una mera riproduzione di quella già ritenuta lesiva della Costituzione, ma anche laddove la nuova disciplina miri a “perseguire e raggiungere, anche se indirettamente, esiti corrispondenti” (Sent. Corte Cost. nr. 223/1983; nr.88/1966 e nr. 73/1963 richiamate dal Sent. C.Cost. 245 del 31.10.2012).
Come correttamente evidenziato dal Giudice del Lavoro del Tribunale di Milano con ordinanza del 30.04.2016 n. 124 pubblicata in Gazzetta ufficiale n. 26 del 29.06.2016: “(..) resta fermo l’inadempimento del legislatore alla sentenza n. 70/2015″ in quanto “(…) anche ad ammettere che il legislatore potesse introdurre una norma volta a disciplinare la fattispecie con effetti retroattivi, sarebbe stato doveroso dare approfonditamente conto delle ragioni per cui le esigenze di bilancio pubblico dovessero necessariamente ritenersi prevalenti rispetto al ripristino delle posizioni giuridiche soggettive pregiudicate dalla norma dichiarata incostituzionale.
Di tutto ciò, al contrario, tanto nella relazione illustrativa al disegno di legge n. 65/2015 quanto nel successivo decreto-legge non v’è traccia alcuna”.

(…..) Difatti, ad accedere alla tesi della necessaria prevalenza di tale disposizione (art 81 Cost.), si arriverebbe ad una sostanziale vanificazione degli effetti dell’art 136 Costituzione, dal momento che il legislatore si troverebbe sostanzialmente facoltizzato a porre in essere interventi normativi pregiudizievoli di posizioni soggettive di rango costituzionale ben sapendo che, anche ove detti interventi fossero dichiarati incostituzionali, non avrebbe giammai un obbligo di rispetto del giudicato costituzionale, potendo sempre invocare le proprie ( a questo punto postulate) necessità di rispetto degli equilibri economico-finanziari introducendo così normative retroattive come nel caso di specie e perpetrando di fatto le violazioni censurate in sede costituzionale.


2°) L’Art. 1 D.L. nr. 65/2015 del 21.5.2015 convertito con modifiche nell’Art. 1 Legge nr. 109 del 17.07.2017, in riferimento all’art. 24 commi 25 Lett. b)-c) -d) e 25bis del DL. 6.12.2011 n.201, convertito con modifiche in L. 22.12.2011 n.214, ritenuti in contrasto con gli Artt. 2, 3, 36 comma primo, 38 comma secondo della Costituzione (Riguardante le TRE Fasce da €. 1405 a 2810,10 lorde).

Per quanto attiene alla disciplina prevista dall’art.24 comma 25°, che riconosce per gli anni 2012 e 2013, una rivalutazione parziale accordando alla Lett. b) il 40% per la fascia di reddito pensionistico da 3 sino a 4 volte il minimo della pensione sociale; alla Lett. c) il 20% per la fascia di reddito pensionistico da 4 sino a 5 volte il minimo della pensione sociale; alla Lett. d) il 10% per la fascia di reddito pensionistico da 5 sino a 6 volte il minimo della pensione sociale; e dall’art. 24 comma 25°bis, che ha stabilito per gli anni 2014,2015 la rivalutazione in ragione del 8% per la fascia di cui alla Lett.b); del 4% per la fascia di cui alla Lett.c) e del 2% per la fascia di cui alla Lett.d) mentre per il 2016 ha stabilito una rivalutazione pari progressivamente al 20%, 10% e 5% per le tre fasce citate, la questione di legittimità costituzionale è stata sollevata dai Tribunali Sez. Lavoro di Palermo, Brescia, Genova, Milano e dalle Corti dei Conti Regionali dell’Emilia Romagna e delle Marche.
I Giudici del rinvio hanno ritenuto non manifestamente infondata la questione di costituzionalità dal momento che la disciplina attuativa della Sentenza Costituzionale (Legge Poletti), per quanto abbia introdotto una progressività proporzionale nell’applicazione della perequazione per gli anni 2012 e 2013 pari al 40%,20% e 10% rispettivamente rivolto alla 4, 5 e 6 fascia pensionistica, in realtà persiste nell’applicare un criterio irragionevole ed inadeguato. Infatti, le somme assegnate a titolo di rimborso con decorrenza dal 1 agosto 2015, sono talmente irrisorie da considerarsi assolutamente inidonee” a conservare il potere di acquisto delle somme percepite da cui deriva in modo consequenziale- per il pensionato- il diritto ad una prestazione adeguata.” Inoltre, tale diritto, anche nel caso che ci investe, risulta irragionevolmente sacrificato nelnome di esigenze economico-finanziarie assolutamente generiche e totalmente prive di ogni riferimento al criterio di bilanciamento dei valori costituzionali che sarebbe stato seguito per imporre alla sola categoria sociale dei pensionati il sacrificio economico disposto.


3°) L’Art. 1 D.L. nr. 65/2015 del 21.5.2015 convertito con modifiche nell’Art. 1 Legge nr. 109 del 17.07.2017, in riferimento all’art. 24 commi 25 Lett e) e 25bis del DL. 6.12.2011 n.201, convertito con modifiche in L. 22.12.2011 n.214, ritenuti in contrasto con gli Artt. 2, 3, 36 comma primo, 38 comma secondo della Costituzione (Riguardante la Fascia oltre 6 volte il trattamento minimo, oltre €. 2810,10 lorde).

Ritenuta non manifestamente infondata dai Tribunali di Brescia, Genova, Torino, Cuneo e dalle Corti dei Conti Regionali dell’Emilia Romagna e delle Marche, riguarda la categoria dei pensionati maggiormente penalizzati quali percettori nel 2012 di un importo lordo superiore ad €. 2810,10 mensili. Tale categoria, infatti, non solo ha subito la reiterazione del bocco Fornero per gli anni 2012 e 2013, ma se lo è visto reiterare anche per il 2014 (Con Legge di stabilità Letta art. 1 coma 483 l. 147/2013) e quindi, prolungare ulteriormente per gli anni 2015 e 2016 dal D.L. 65/2015 convertito L. 109/2015. Oltre ai problemi di sovrapposizione fra la disciplina Letta, che prevedeva la rivalutazione delle pensioni al 45% per gli anni 2015 e 2016 e ciò in contrasto con la successiva reiterazione per gli stessi anni del blocco da parte della Poletti, la reiterazione del blocco di tali trattamenti pensionistici, non solo importa una evidente violazione del giudicato costituzionale ma anche dei criteri di adeguatezza e ragionevolezza in assenza di quelle esigenze economico-finanziarie affermate dal Legislatore in forma assolutamente generica e totalmente prive di ogni riferimento al criterio di bilanciamento dei valori costituzionali che sarebbe stato seguito per imporre alla sola categoria sociale dei pensionati il sacrificio economico disposto.


4°) L’Art. 1 D.L. nr. 65/2015 del 21.5.2015 convertito con modifiche nell’Art. 1 Legge nr. 109 del 17.07.2017, ritenuto in contrasto con l’art. 117 comma 1° Costituzione rispetto all’art. 6 CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Liberta fondamentali) firmato a Roma il 4.11.1950 e ratificata e resa esecutiva con L. 4.8.55 nr. 848 quale norma interposta.

Trattata da più ordinanze di rinvio ma con riferimenti generici alla retroattività della Legge Poletti, la questione di legittimità è stata invece sollevata formalmente ad opera della Corte dei Conti dell’Emilia Romagna e dal Tribunale Sez. Lavoro di Cuneo. In particolare si evidenzia come, a fronte della declaratoria di incostituzionalità statuita con la Sent. 70/2015 Corte Cost., il Legislatore anziché uniformarsi al suo dettato, col D.L. 65/2015(L.109/2015) ha introdotto una “nuova e diversa disciplina della perequazione” con estensione retroattiva decorrente dal 1.12.2012.
Tale operazione, però, risulta in contrasto con la giurisprudenza della Corte di Giustizia di Strasburgo “…particolarmente rigorosa nell’ammettere leggi retroattive che abbiano l’effetto di neutralizzare decisioni giudiziarie. Infatti anche norme di interpretazione autentica ( e come tali necessariamente retroattive) possono violare il diritto all’equo processo ex art. 6 comma 1° CEDU, laddove non sussistano situazioni di incertezza giuridica,, senza che, d’altra parte esigenze finanziarie siano di per se idonee a giustificare simili interventi, poiché non corrispondenti ad un “imperioso motivo di interesse generale”.
Poiché nel caso di specie non si pone alcun problema di interpretazione della norma , con il Decreto 65/2015 (L.109/2015) è stata frustrata la tutela giurisdizionale del cittadino, e quindi il suo diritto ad un equo processo, che nel caso di specie, consisteva nel vedersi applicare la disciplina della perequazione delle pensioni risultante dalla declaratoria di incostituzionalità, affidamento del tutto legittimo e che è stato disatteso.
Ne consegue che ciò appare in contrasto con l’art. 6° comma 1° della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e quindi con l’art. 117 della Costituzione, per cui la relativa valutazione iene sottoposta al vaglio di costituzionalità.


5)La questione di legittimità costituzionale subordinata,riguardante il combinato disposto del D.Legge 65/2015-L.109/2015 e dell’art. 1 comma 483 Legge 27.12.2013 n°147 (legge di stabilità Letta) in violazione degli artt. 3, 36 comma 1° e 38 comma 2° della Costituzione.

La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata dal Trib. di Milano e da quello di Genova,in forma subordinata, cioè ove la Corte ritenesse costituzionale l’art. 1° commi 25 e 25bis della Legge Poletti.- Infatti i giudici di merito hanno rilevato, per quanto attiene alle pensioni superiori a 6 volte il Trattamento Minimo, come per le stesse il blocco integrale previsto dalla Legge Fornero per gli anni 2012 e 2013, con la Legge di Stabilità di Letta sia stato procrastinato anche per l’anno 2014 mentre per gli anni 2015 e 2016 si prevedeva l’applicazione della perequazione in ragione della percentuale ridotta del 45%. Con la declaratoria di incostituzionalità della Legge Fornero e con l’ingresso in sua sostituzione (Con effetti retroattivi) della Legge Poletti, le pensioni superiori a 6 volte il Trattamento Minimo, non solo sono rimaste bloccate per gli anni 2012, 2013 e 2014, ma il blocco della loro rivalutazione è stato esteso anche agli anni 2015 e 2016, e ciò in contrasto con quanto stabilito dalla Legge Letta che ne prevedeva la rivalutazione ridotta al 45%. Il mancato coordinamento fra le norme contrastanti, e l’eventuale declaratoria di costituzionalità della Legge Poletti, porrebbe il problema della vigenza e quindi della costituzionalità di quest’ultima reiterando un conflitto fra leggi che la Corte, in via subordinata viene chiamata comunque a risolvere.


Riportiamo qui di seguito il testo integrale
delle nove ordinanze citate.



 

Il Cons.Naz. e Delegato Regionale

Avv.to Guido Chessa


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